Una riflessione personale attorno al film “Silence”. L’editoriale di don Pietro

Il film è tremendo, nel senso del Mysterium Tremendum, nel senso del dramma umano di fronte al problema di Dio. La collocazione storica: Metà del 1600, con il Giappone chiuso agli stranieri e nel pieno delle persecuzioni contro i cristiani. Domanda: perché Dio permette il Male, nella espressione devastante della sofferenza degli innocenti? Sofferenza come conseguenza di una fede che potrebbe essere anche una ideologia (forse allo Scorsese manca l’Esperienza – si dice egli stesso infatti “non praticante”). I Padri Gesuiti sono innanzitutto Portoghesi, cioè appartenenti ad una potenza che viene vista come espansionistica, che ha interessi terreni e non certo spirituali… per questo qualunque cosa che proviene da quella “cultura”, anche il credo religioso, è qualcosa che va combattuto… I cristiani giapponesi sono dei poveri, miseri e ignoranti, chi combatte i cristiani è un rappresentante dello Stato, un pragmatico e che deve mantenere lo status quo. Non è interessato a qualcosa di oltre la vita terrena, oltre il potere. Sottomettere i gesuiti alla cultura giapponese è innanzitutto l’affermazione della loro superiorità. Questo viene ottenuto attraverso una tortura fisica e morale, facendo ricadere la colpa della sofferenza dei poveri cristiani autoctoni alla testardaggine dei gesuiti, che si ostinano ad affermare la superiorità della fede cristiana. La sottomissione del giovane Padre gesuita protagonista, che consiste nel calpestare con il piede l’immagine di Cristo Crocifisso è accompagnato dall’invito di Gesù che annientò se stesso umiliandosi fino alla morte di Croce. Da quel momento è solo Silenzio. Nel senso di stare con Cristo nell’esperienza nascosta della famiglia di Nazareth. Mi viene adesso in mente Charles de Foucauld che visse a Tamanrasset solo e senza il conforto di alcun fratello, lui e Cristo, a causa dell’impossibilità di annunciare il vangelo ai mussulmani. Il film è l’;esperienza del regista. Fa riflettere e lascia. proprio come nel titolo, in silenzio… con la necessità di pensare. Se qualcuno vuole ridere e non pensare, non vada a vedere questo film… Una postilla: commovente, intenso e profondamente vicino a noi è l’ostinazione con cui il misero ubriacone traditore continuamente chiede perdono dopo l’ennesimo e ulteriore tradimento, con un grido inquietante che lo spettatore scaccia in un sorriso nervoso: “Padre, perdonatemi….”
Don Pietro

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